Bene, bravo, bis grida la critica a Baricco ogni volta che compare sulla scena letteraria un nuovo lavoro di questo autore considerato uno tra i migliori della contemporaneità. Questa volta è diverso, questa volta critica e pubblico hanno mostrato non poche perplessità verso “Emmaus”, ultimo suo romanzo che narra, in una malcelata Torino anni ’70, la storia torbida di un gruppo di giovani ragazzi divisi tra austerity cattolica e torbide vicende personali. Anche la sottoscritta si unisce al coro.
L’esercizio stilistico autorale fagocita la trama che rimane sospesa tra il noir psicologico e la morale cattocomunista. I personaggi diventano maschere che il lettore sembra riconoscere, segno forse di una pesca miracolosa tra i protagonisti che assiepano le scene dei romanzi per/su adolescenti ormai troppo prevedibili. Di sicuro Baricco mantiene il suo stile inconfondibile, ma la sua filosofia austera questa volta diventa il travestimento retorico di una storia facilmente immaginabile anche da noi comuni lettori.
Non ci sono i guizzi di “City” e nemmeno la passione di “Castelli di rabbia”, Emmaus rimane forse il punto più basso di una produzione letteraria considerata spesso ineccepibile. Spero che non siano state ragioni meramente commerciali a spingere Baricco a pubblicare questo romanzo, dispiacerebbe anche a me che non sono una tra le sue fan più affezionate.
Il libro non è appena uscito ma ho sentito solo ora l’urgenza della critica. Ricordo che quando ho scorto il volume in libreria non ho esitato neanche un attimo e l’ho acquistato. La delusione è stata direttamente proporzionale all’attesa… “Il vincitore è solo” di Paulo Coelho, uno degli scrittori contemporanei più conosciuti e amati in Italia, mi è sembrato lento e piatto. La storia è ben congegnata, come tutti i romanzi di questo autore, anche questo cela dei risvolti spirituali particolarmente significativi, ma non riesce mai a prendere il lettore completamente, non decolla insomma. Niente a che vedere con i romanzi di Coelho appartenenti alla sua prima produzione (“Il Diavolo e la Signorina Prym”, “Sulle sponde del fiume Piedra mi sono seduta e ho pianto”, “Il Cammino di Santiago”, solo per citarne alcuni) intrisi di spiritualità, capaci di trasportarti in una dimensione a sé stante. Forse l’opera di Coelho può essere collocata in una categoria differente di cui fanno parte gli ultimi romanzi (da “La Strega di Portobello” in poi) che mi hanno tutti un po’ delusa. I temi affrontati sono stereotipi della società contemporanea trattati con non poca retorica. Forse bisogna arrendersi al cambiamento e cercare di metabolizzarlo, o forse è meglio evitare di continuare imperterriti a comprare i libri di questo autore solo perché abbiamo amato i primi. Al lettore l’ardua sentenza…
Non è solo un romanzo dai toni drammatici ma delicatamente inquadrati in una cornice intrisa di grande umanità quello di Antonia Arslan. “La Strada di Smirne”, seguito del fortunatissimo romanzo “La Masseria delle Allodole”, è soprattutto un libro che fa riflettere su una delle pagine più tragiche della storia mondiale: il genocidio armeno. Non vi aspettate però una pesante condanna storica delle efferatezze subite dal popolo armeno nei primi anni del Novecento, piuttosto ci si aspetti una storia densa di memorie e tradizioni che i protagonisti tentano in tutti i modi di preservare dall’oblio della dimenticanza eterna. Viene presentato un dramma poco conosciuto, spesso negato, o comunque visto come qualcosa di lontano dalla nostra storia italiana. Questo romanzo apre a una riflessione nuova: la tragedia armena è stata una tragedia che ha riguardato tutti, anche noi italiani. Non voglio svelare nulla della trama, a parte suggerire di leggere prima La Masseria delle allodole per avere un quadro più chiaro riguardo a personaggi ed eventi, lascio ai lettori ogni considerazione. Vorrei però proporvi un estratto dal libro, una nenia di una madre disperata al suo bambino che, innocente, ha dovuto condividere con lei un destino crudele.
Esiste un istituto del CNR dedicato alla compilazione del vocabolario della lingua italiana: l’OVI (Opera del Vocabolario Italiano). Attualmente l’Istituto è impegnato nella stesura di un Tesoro della Lingua Italiana delle Origini (TLIO). Il TLIO vuole essere “il” vocabolario storico dell’italiano antico, basato su tutta la documentazione disponibile a partire dal primo documento che si può dire italiano (sia pure dubitativamente), cioè l’Indovinello veronese dell’inizio del secolo IX, fino alla fine del Trecento (termine simbolico, che però si oltrepassa liberamente, è il 1375, anno della morte di Boccaccio). Le caratteristiche precipue di questa importante opera che finora è stata un tassello mancante nella produzione italiana (i nostri “cugini” francesi hanno due Trèsores) sono: la digitalizzazione immediata delle voci prodotte, l’essere un vocabolario di prima mano, ovvero trarre le voci direttamente da testi editi e filologicamente affidabili (senza l’ausilio di altri vocabolari), il trattare tutte le varietà dell’italiano antico includendo anche espressioni che oggi diremmo dialettali poiché escludere termini non appartenenti al toscano o al fiorentino, i dialetti che prevalsero sugli altri nella formazione della lingua italiana moderna, “darebbe un’idea falsata della storia della lingua”. Il Dizionario può essere consultato direttamente on line sul sito www.vocabolario.org.
Questa settimana vorrei segnalare a chi, come me, è appassionato di lettura e letteratura tre importanti appuntamenti importanti dedicati a questo settore da tre grandi città italiane per il mese prossimo. C’è ancora un po’ di tempo per organizzarsi. Vediamo quali sono e cerchiamo di riassumere in pillole quello che offriranno ai propri visitatori:
Pensando alla letteratura inglese i primi nomi che vengono in mente sono sicuramente quelli dei grandi scrittori del passato, i puristi della lingua, coloro che hanno esaltato le gesta di un sovrano britannico o l’hanno colpito con satire pungenti. Ma c’è una letteratura in lingua inglese tutta da esplorare, non ancora totalmente riconosciuta dai canoni della critica. Parlo di quella che era detta dei Paesi del Commonwealth fino a qualche anno fa, e che oggi sfugge un po’ alle varie etichette che le sono state assegnate. Affascinanti le riscritture di grandi capolavori del passato in chiave ironica che guarda con occhio critico la cultura inglese chiusa nei salotti borghesi e i suoi portavoce che spesso sono rimasti barricati nelle proprie torri d’avorio, interessante il sovvertimento della teoria centro-periferia, con un mondo marginale che acquista valore perché solo dai confini della Terra si può avere uno sguardo critico e veramente obiettivo sulla cultura occidentale. Questi e altri interessanti punti di vista si possono riscontrare nei romanzi di Margaret Atwood, David Malouf, il Premio Nobel 1991 Coetzee, Jean Rhys e molti altri autori che si sono spogliati dal complesso dei colonizzati e hanno dato prova di capire profondamente e riuscire a ironizzare su una storia difficile vissuta dai loro paesi d’origine e soprattutto sulle convinzioni, talvolta false, del mondo occidentale.
“I libri aggiungono all’infelicità dell’uomo una profondità che scambiamo per consolazione.”
Un’opera corale del Premio Nobel turco Orhan Pamuk che mostra tante delle contraddizioni insite nel mondo islamico. Una storia di sangue, immersa in un’atmosfera sospesa tra la storia ottomana e la leggenda, s’intreccia con il raffinato mondo della miniatura. Sebbene lo stile del più celebre autore turco della contemporaneità risulti lento in alcuni passaggi del romanzo, le sue descrizioni sono capaci di scaraventare il lettore in una delle città più affascinanti del mondo, Istanbul, sospesa
La vita della mente doveva essere il testamento filosofico di Hannah Arendt. La sua morte precoce, avvenuta nel 1975, l’ha troncato il trattato in fieri. L’opera, rimasta incompiuta in margine all’elaborazione della facoltà di giudizio, nel suo progetto, avrebbe dovuto costituire l’ultima e più interessante sezione dell’opera. Riallacciandosi a Kant, Hannah Arendt elabora, nei primi termini, la facoltà di giudicare che, fra tutte quelle analizzate, (volontà, libertà, il problema dell’inserimento dell’uomo nella dimensione temporale) resta sicuramente la più complessa. Il punto di vista privilegiato da cui la Arendt osserva, nella Filosofia della mente, il funzionamente delle facoltà rimane essenzialmente ancorato ai presupposti temporali di Heidegger e di Jaspers, sebbene poi ne prenda congedo, come anche dalle categorie agostiniane, tipicamente cristiane, del tempo avvertito come flusso di coscienza, come meditatio sui, a cui fa riferimento anche Bergson.
Sette anni dopo la morte di Chechov la sorella dello scrittore, Maria Chechova, ne commissionò la stesura della biografia ad Ivan Bunin, amico intimo e anche lui valido e noto letterato russo. La biografia, come evidenzia la seconda parte del titolo, non è completa. E’ una una sinfonia un po’ più che abbozzata, ma non finita. Si arresta in prossimità degli ultimi anni dello scrittore, già malato di tubercolosi ma non rivela molto di più sul modo in cui l’autore trascorse i mesi nel rifugio del sanatorio di Badenweiler, nella Foresta Nera, dove si era recato per un ultimo tentativo di guarigione. La biografia di Bunin supera le categorie tipiche e l’andamento a tappe cronologiche, proprio di questo genere letterario. Bunin si affida, soprattutto, al ricordo personale, agli episodi più interessanti, al suo modo di vedere e tratteggiare il carattere e le abitudini dello scrittore e amico Anto Pavlovic Chechov.
Disinvolta ed aristocratica ironia denotano queste lettere di Tomasi di Lampedusa, giovane trentenne, svagato e divertito viaggiatore europeo. Dalla Francia alla Germania, ai paesi baltici, per fare sempre riferimento privilegiato all’Inghilterra e alla City. Ironia nei confronti del mondo, dei personaggi che incontra e dei cugini Lucio e Casimiro Piccolo di Calanovella, come anche della solitudine in cui – testuali parole di Tomasi – egli è costretto a passare le lunghe notti nordiche, in un letto troppo grande, per un giovane “troppo ardente”. Da questo punto di vista, l’epistolografo si propone un viaggiatore ed uno scrittore appassionante e curioso, che ama farsi chiamare scherzosamente il ‘mostro’, il divoratore di chilometri sulle cartine delle maggiori regioni europee, lo scopritore di misteri e bellezze del paesaggio nordico, l’osservatore acuto, obiettivo e smaliziato della società.
